L’abbonamento al ristorante: ecco il Netflix del cibo

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L’abbonamento in palestra. Quello al caffè, sia al bar che in capsula da recapitare a domicilio. L’abbonamento al parcheggio e quello alle pastiglie della lavatrice. L’abbonamento al cinema, all’automobile, al telefono che non paghi più le chiamate e i messaggi ma solo il mese. Negli ultimi cinquant’anni ci siamo abbonati a qualsiasi cosa, con la stessa semplice convinzione: pago subito, a inizio mese, e poi faccio tutto quello che voglio, quante volte voglio, senza pensieri. La modernità è il regno dell’abbuffata, della parola ‘binge’ abbinata qualsiasi cosa esista, e fino ad ora le resisteva solo il cibo, l’unico bene per cui era necessario pagare ogni volta che se ne voleva un po’. Esiste l’all you can eat, certo, basato sull’illusorietà che l’assenza di limiti possa costare di meno di un pugno di riso con un po’ di pesce del discount o di un paio di mezze pizze all’ananas. Ma ogni volta che ti siedi paghi. Almeno fino ad oggi.

Un interessante articolo del Sole 24 ore, infatti, porta alla ribalta l’abbattimento di quest’ultimo argine. Quasi in contemporanea due ristoranti diversi e distanti, uno a Ravenna e uno nel padovano, hanno lanciato in questi giorni la prima campagna abbonamenti. Al Ristorante. Ognuno a suo modo e con la sua formula, ma il concetto è lo stesso: paga un tot a inizio mese, vieni tutte le volte che vuoi. Da Weedoo, una ‘galletteria’ informale con hamburger, taglieri e musica dal vivo a Limena (PD9), anche tutte le sere, 7 su 7, 365 all’anno. Il prezzo di 149 euro comprende 31 cene al mese (o 30 o 28, maledetto febbraio) in cui si può ordinare quello che si vuole limitatamente a: un’antipasto, un piatto principale, una bibita analcolica, due bibite alcoliche, un dessert, un caffè o simili. Il prodotto di punta del locale, ovvero il galletto alla brace, è curiosamente escluso ma le alternative, tra pizza, hamburger, burritos e taglieri, certo non mancano. E poi oh, due bevande alcoliche (o super).

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Una pagina del menù di Weedoo (nell’abbonamento, ahimè, non è compreso il galletto)

L’altro ad aver avuto la stessa idea è lo chef Ciro Adamo e il banco di prova sarà il non ancora nato ristorante Gabarè (Bar e Minestre il sottitotolo), che aprirà i battenti il 27 di gennaio e, con questa notizia che si è sparsa già da qualche settimana nel ravennate, si è già assicurato un bel po’ di richieste. “Ma non è pubblicità ingannevole” mi ha assicurato al telefono “abbiamo studiato varie formule per trasformarlo in un’iniziativa sostenibile e vantaggiosa per tutti. Nei primi giorni di apertura vogliamo convincere la nuova clientela facendogli assaggiare le nostre specialità (punta forte sulla pasta fatta in casa, in bella vista in vetrina ndr) per poi proporre dei piani abbonamento diversificati. Uno per la pausa pranzo, 20 giorni al mese a 140 euro, ma anche uno individuale per tutti i pasti della giornata e uno per le famiglie. Dobbiamo ancora definire nel dettaglio l’offerta, ma sarà conveniente senza risparmiare sulla qualità. Non è il costo del cibo la componente principale del prezzo di un piatto, ma tutta una serie di costi correlati e accessori. Contiamo di abbatterli con una pianificazione razionale e con un’app, tra le altre cose”.

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Insomma, non ‘all you can eat’, visto che le scelte saranno limitate a un menù dal numero di portate definite, ma ‘whenever you can eat’, cioè tutte le volte che vuoi. Ma quanto costerebbe, fisicamente, mangiare lo stesso numero di volte senza abbonamento. Non conoscendo i prezzi di Gabarè (non è ancora aperto) ho fatto due conti sul menù di Weedoo. Ordinando gli elementi più costosi tra quelli permessi, si arriva a un massimo di 44 euro. Tanti, in una birreria con hamburger. Moltiplicando per 31, ovvero il numero massimo di pasti permessi, si arriva a 1364 euro, cioè quasi 10 volte tanto quanto si pagherebbe abbonandosi. Se da una parte sappiamo bene cosa può succedere a mangiare hamburger tutti i giorni, e dall’altra è difficile che chiunque si abboni ceni fuori tutte le sere del mese, così come che ordini sempre le portate più costose, resta comunque una domanda legittima: tutto questo è sostenibile?

L’ho chiesto all’amico Michele Mansi, esperto ristoratore e ancor prima stockista, che è sembrato ottimista. “Hai presente quando vai al mercato e vedi ‘1 paio di calze 5 euro, 2 paia 6’? Non è solo, come tutti credono, che sul primo paio di calze ci fosse un ricarico esagerato, ma anche il fatto che, mentre la percentuale scende, il ricavo assoluto sale. Guadagni di meno in percentuale, ma di più in assoluto, e alla fine mese le bollette le paghi con gli zeri, non con i %. Ovviamente non conosco il food cost e i costi fissi dei ristoranti in questione, ma hanno sicuramente fatto un ragionamento del genere. In più abbonando hai un fisso a inizio mese, tutti i mesi, con cui puoi pianificare acquisti intelligenti e ottimizzati. Tutto questo però, ovviamente, al netto della qualità. È una bella idea perché dà l’impressione di non essere un all-you-can-eat, anche se alla fine è esattamente la stessa cosa, semplicemente ribaltata”.

Foto di copertina: Tripadvisor