Apologia dell’Aperol Spritz

aperol spritz fa male

Non più tardi di un paio d’ore fa, sulla versione online del New York Times compariva un articolo dal titolo perentorio: ‘L’Aperol Spritz non è un buon drink’. L’autrice del pezzo è una scrittrice colta, già vincitrice di un James Beard Award per il miglior libro sui drink, con un’esperienza consolidata nel campo del beverage e, a leggere il titolo, ci si aspetterebbe di trovare un’esaustiva disamina dei motivi per cui l’aperitivo arancione non sia una buona bevanda. Ma, di fatto, ciò non avviene.

Quando leggo il pezzo, i miei sentimenti sono confusi. Da una parte c’è il me spocchioso, che stigmatizza l’indignazione nazionalpopolare che infuria ogni volta che dall’estero ci dicono che qualcosa di commestibile che ci riguarda può avere dei rischi (come successe col pesto, ma anche con il prosecco appunto) e che quindi non darebbe mai il La ad un’analoga ondata di disappunto grossolano. Dall’altra parte, però, c’è il me ventenne, che sugli ettolitri di spritz (in realtà, molto più spesso a base di Campari) ha edificato il suo piccolo impero di vita sociale grazie a tutte quelle decisioni che soltanto dopo una manciata di drink appaiono sensate. La lotta è serrata e senza esclusione di colpi. Alla fine, vince ai punti un terzo me: quello che ha finito di leggere il pezzo ed ha capito di cosa si parla.

Cioè di nulla, ma non in modo innocuo. Innanzitutto bisogna capire cosa voglia dire ‘good‘, che per come è scritto è ambivalente. Può voler dire ‘buono’, può voler dire ‘fa bene’. Quale delle due è l’indicazione da tenere a mente? Secondo l’autrice, entrambe. L’Aperol contiene molto zucchero. La parte sulla salute da questo punto in poi è letteralmente archiviata. Per quanto riguarda il gusto, contenendo molto zucchero risulta anche molto dolce, e inoltre spesso viene utilizzato del prosecco scadente per prepararlo. E anche qui, d’improvviso, le caratteristiche sensoriali non vengono più approfondite. Ah no. La fetta di arancia è enorme. Sto citando letteralmente. E poi nulla più.

La seconda parte del pezzo, quella più corposa, è infatti dedicata a una serie di proposte sul come proporre uno ‘spritz’ migliore. Con un bitter artigianale, ad esempio. Con un metodo ancestrale al posto del prosecco o, se proprio non siamo disposti a rinunciarvi, con un prosecco di qualità. Sono osservazioni senz’altro sensate, ma fatico a capire come possano legarsi al fatto che lo spritz fatto con l’Aperol non sia ‘buono’ in sè, e tantomeno in relazione ad un drink totalmente diverso, con cui condivide solo il nome comune. Sarebbe come dire ‘La pasta alla carbonara non è buona, è molto meglio la pasta alla norma’. Sì, sono due paste. No, non condividono null’altro. No, non ha senso fare un qualsiasi tipo di paragone.

Anche perchè i dati a supporto della tesi, all’interno dell’articolo, non sono così poi specifici. L’Aperol è molto dolce, certo, avrà molto zucchero, esattamente come centinaia di altri alcolici pregiati o meno, da aperitivo o da after-dinner, la cui dolcezza spesso ne caratterizza il gusto. Esiste cattivo prosecco? Certo. Ne esportiamo molto? Senz’altro. Ma al netto dei pareri più o meno soggettivi sulla validità del prodotto bisognerebbe affermare che se si esporta anche prosecco cattivo, vuol dire che c’è una grande domanda di prosecco cattivo. Se un prodotto è scadente e c’è chi lo compra, il problema al massimo sarà l’acquirente, non il venditore. Ognuno produce quello che può, e soprattutto quello che domanda il mercato.

Non c’è nessuna ricerca che dimostri che lo spritz arancione faccia male, ovviamente non più di quanto possano farlo tutte le altre bevande alcoliche. La sua gradazione alcolica si aggira intorno agli otto gradi, meno di una birra medio-forte e molto meno di un bicchiere di vino, soprattutto considerando la quantità media di servizio (che grosso modo è quadrupla rispetto a un calice di vino standard). Quindi ‘good’ non può essere riferito in assoluto alla salute. Può essere che parlasse del gusto? Può darsi, ma in questo caso, come regola generale, si premette il ‘secondo me’. O ‘a mio parere’. Ma sarebbe andata bene anche una perifrasi, come ‘Non mi piace lo spritz con l’Aperol’. Una cosa semplice ed elegante, soprattutto se ciò di cui stai parlando non è un’anche poco generica bevanda (non mi piace il falanghina, secondo me le birre stout non sono buone) ma un’azienda. Che potrebbe esser contrariata dal fatto che il suo prodotto principale sia etichettato come ‘non buono’ in modo ambiguo, senza dati, sul sito di uno dei giornali più prestigiosi del mondo.

E poi c’è tutta la parte del folklore, della cultura di massa, dell’affezione di un popolo per una bevanda che più di ogni altra è indissolubilmente legata al marchio che le dà parte del nome. Ma quello l’autrice non lo può sapere, è qualcosa che hai dentro, che cresce col crescere della latitudine nello stivale, sono i bar di provincia alle 6 di pomeriggio, i prologhi sempre uguali di serate assurde tutte a modo loro, le spese al supermercato a comprare l’arancione in offerta e poi, ore dopo, piangere lacrime amare per non aver preso l’originale. In un certo senso, comunque, meglio per lei: se io non sapessi cos’è lo spritz, probabilmente sarei milionario.

Foto: chowhound.com