California Bakery in crisi: è la prima vittima del Poke?

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La notizia è di ieri e i milanesi (ma non solo) l’avranno accolta con un misto di sbigottimento e incredulità: California Bakery è in crisi nera. La società madre è fallita, mentre per California Bakery Italia ‘risulta però un procedimento davanti al Tribunale fallimentare, che dovrà esprimersi sul concordato preventivo dopo aver esaminato carte e bilanci dell’azienda e l’eventuale piano per il risanamento’. (scrive Il Giorno)

Insomma, nulla di buono all’orizzonte. Dal 1995, anno in cui Marco d’Arrigo acquista per milioni di lire 16 una pasticceria in viale Concordia gestito da una signora americana che gli insegna le ricetta, al 2020, in cui nel frattempo i ristoranti California Bakery sono diventati 7 a Milano (più uno a Bergamo e un altro a Mendrisio, chiuso però due anni fa) la storia è stata lunga. È stata la storia di un locale di culto dei milanesi, che lì hanno scoperto il potere consolatorio (e anche il prezzo a fetta) di una New York Cheesecake e probabilmente hanno anche iniziato a chiamare il pranzo della domenica Brunch. Ma quando il brunch ha iniziato il suo inevitabile cammino sul viale del tramonto (da quand’è che non organizzate un brunch?), California Bakery non ha potuto far altro, forse, che seguirlo. Anche se, a sentire chi prova a prenotare e riceve picche, il brunch della domenica va sempre a gonfie vele. Quindi forse c’è dell’altro, e qui entriamo nel campo delle ipotesi.

 

Per quanto occidentale potesse essere un bagel al salmone accompagnato da spremuta d’arancia al posto delle lasagne della nonna, era pur sempre una forma di esotismo. Per giunta raffinato, borghese e modaiolo, come si addice ai gusti cittadini. Era per giunta l’unico ad essere tale, a parte qualche sparuto ristorante di sushi, mentre tutte le altre esperienze gastronomiche ‘non-italiane’, dal cinese-riso-cantonese all’ indiano-che-puzza-di-aglio, venivano relegate al rango di porcherie per studenti, poveri e punkabbestia. Ora però che il cinese è elegante, propone dim-sum oppure hot-pot mongolo, ora che l’indiano ha gli ombrelli colorati sul soffitto o la chef-star come Ritu Dalmia, ora che i ristoranti giapponesi fanno a gara a chi è più di classe e ogni new entry nel mercato, dai tacos al Jianbing pechinese, diventa per un po’ la nuova moda del momento, ora quanto può sembrare esotico in confronto un avocado toast?

 

E dirò di più. Da California Bakery potevi pranzare con due uova, un po’ di salmone, due foglie di insalata e una centrifuga. Era il bene-rifugio di chi rifuggiva il primo-secondo-contorno della trattoria sotto casa e che cercava un’alternativa più smart, più leggera, anche solo all’apparenza. Per un po’ non ha avuto rivali. E poi, un giorno, è arrivato il Poke, che è più smart e più (apparentemente) leggero di tutti. Agli occhi del consumatore solo l’aria lo supera, ma quella non sa di salmone del discount, non ti sfama e, soprattutto, non puoi metterla su Instagram. Perciò a Milano, al netto di quello che sarà di California Bakery a cui auguro il meglio, la prima vittima delle Hawaii, terra natale del poke (anche se quello che servono le pokerie non è hawaiiano e nemmeno poke), rischierà di essere proprio la madre patria America.

Photo courtesy of californiabakery.it