Da Enzo al 29 a Roma, Trastevere senza inghippo

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Eravamo io e Anna Moroni. Sembra l’inizio di un aneddoto di Gianni Minà ed in effetti è stato molto divertente lo stesso. ‘Quando vieni a Roma ti porto a mangiare da Enzo a Trastevere’ mi aveva detto dopo una delle nostre dirette da quarantena. Ha mantenuto la promessa poche settimane dopo: ci siamo incontrati sotto un ombrellone allestito alla bell’e meglio davanti all’ingresso di una specie di magazzino da cui usciva una brezzolina fresca (il tavolo vip, mi hanno spiegato) e sulla mia sedia, Anna era arrivata poco prima, troneggiava già un sacchetto pieno di ghiottonerie made by Anna, guanciale, limoncello, marmellate, pomodori dell’orto sul tetto. Sul tavolo una bottiglia di Frascati in ghiaccio, nell’ombra del vicolo antistante due avventori attendono con pazienza il loro turno. Non certo la coda dei tempi d’oro, che da Enzo fa parte della leggenda tanto quanto la gricia, ma almeno un bel segnale del fatto che anche ora, quando trovare un tavolo al ristorante non è più un problema, c’è sempre qualcuno che è disposto ad aspettare per mangiare meglio.

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Da Enzo (al 29, non confondetevi con omonimi) si mangia ‘meglio’, in senso generale. Le portate sono accomunate da un senso di grazia, da un filo rosso di eccellenza che non sempre risalta nel tessuto sì genuino, ma altrettanto turistico, delle trattorie di Trastevere. Mangiar male è difficile, mangiar bene è più o meno la norma, mangiare ‘meglio’ è un concetto che i romani de Roma, tradizionalmente, sono più propensi a cercare in quartieri meno cartolinosi (deriva da petaloso). Enzo fa eccezione, forse per l’altissimo standard qualitativo dei prodotti (le acciughe sono del Cantabrico, il prosciutto d’Amatrice o di Bassano, le uova biologiche e la salsa è solo San Marzano DOP), ma più probabilmente per la mano della famiglia Di Felice, che ha rilevato l’attività dopo la dipartita di quell’Enzo che al locale dà il nome. Roberto, il titolare, è uno di quei guerrieri che fa la carbonara con tutto l’uovo e non presta al fianco delle fighetterie, perché la grazia (che inizia a somigliare alla luccicanza di Shining) non abita necessariamente i sofismi o le mode.

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Abita, invece, l’attenzione con cui selezionare gli ingredienti, come la ricotta mustia sarda (quella leggermente affumicata) e le acciughe con cui ci dà un piccolo benvenuto, come il prosciutto di Amatrice, come la stracciatella di burrata e il pane, sempre e solo quello della celebre panetteria Roscioli, ovvero le fondamenta della loro celebre panzanella, che è un piccolo capolavoro di sapore e personalità, fresca anche senza l’asprigno dell’aceto ma grazie al battuto fine di verdurine crude e basilico, con un’altra acciuga in cima. Da Enzo è buona la pasta all’uovo, che Roberto ci porta in assaggio con il suo primo pesto (Anna l’ha cazziato, a me è piaciuto molto perchè mi ha ricordato quel trito grossolano di basilico fresco e pinoli con cui mia nonna ha sempre condito la pasta, e con quella sfoglia così gialla e spessa per me è la morte sua), ma è buona anche la pasta secca, che si fanno produrre appositamente da un pastificio abruzzese e che da vita alla loro vera gricia. Vera perchè è senza menate, solo pecorino, guanciale dalla consistenza perfetta e una tonnellata di pepe nero macinato fresco. Che altro serve a un primo romano? (le foto non rispecchiano le porzioni, gli abbiamo chiesto solo un piccolo assaggio).

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Il pecorino abbonda anche nell’impasto delle polpette, ce n’è talmente tanto che non aggiungono nemmeno il sale, solo pane e carne, e il pane è quello di prima e il risultato non può che essere perfetto, cariche, scioglievoli,un concentrato di umami. Come la trippa, mi garantisce Anna, che però io non assaggio nonostante un aspetto spaziale. Non impazzisco per il quinto quarto, e poi soprattutto era il piatto di Anna. E poi ero già pieno, e poi c’era ancora la crostata di crema e visciole in cui la pasta frolla era pura formalità, puro pretesto per chiamar crostata una quantità smodata di crema pasticcera freschissima e di visciole sciroppate da sballo. Il Frascati scendeva e io cercavo un appunto da fare, aizzato dal vino, ma la verità è che non ce n’è uno. Soprattutto adesso che, la sera, si può anche prenotare. La sala all’interno è un’osteria di campagna, il dehor sui ciottoli una bella cartolina. Diversamente dalle altre, però, questa non sbiadisce al sole dell’afflusso turistico, ma resta perfettamente nitida e colorita. La mia nuova tappa fissa a Roma. Mi è piaciuto da matti.

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