I 50 cibi del futuro, per averne uno

Quando chiunque provi a impartirci una lezione di qualsiasi tipo, il nostro primo istinto è il rifiuto. Qualsiasi sia l’autorità, il background, l’esperienza e la cultura di chi si appresti a dirci ‘ora ti spiego una cosa’, quei fattori non sono mai i primi che consideriamo. È così, la modernità ci ha portato a credere di poter scegliere le informazioni di cui abbiamo bisogno in modo critico, pensiamo, quando in realtà la critica è possibile solo attraverso la conoscenza. Senza conoscenza non c’è possibilità di giusto discernimento, e senza ascolto di ‘lezioni’ non c’è conoscenza. Insomma, siamo in un brutto loop. E figurarsi se la lezione proviene da un cattivo maestro. Figurarsi se una lezione sul cibo sano e sostenibile viene propugnata da chi da decenni ci riempie di glutammato, minestre in povere, purè in fiocchi e surgelati.

La lezione di oggi è infatti gentilmente fornita da Knorr, quella del dado. Aspettate. È fornita assieme da Knorr e WWF. Suona meglio? Forse sì. Può essere un malcelato tentativo di pulirsi la coscienza? Possibile. Eppure la lezione merita di essere ascoltata, per motivi che saranno più chiari leggendo. Da qualche giorno Knorr e WWF hanno lanciato ’50 Future Foods’, una lista di cinquanta alimenti che dovranno diventare il centro della nostra dieta in un futuro che ci si augura più prossimo possibile. Il motivo sta nei parametri con cui sono stati scelti. Uno, concentrarsi sui vegetali, perchè il consumo di carne non è sostenibile e inquina più delle automobili, e inoltre un chilo di carne costa più di un chilo di fagioli. Due, ottimizzare la ‘densità dei nutrienti’, cioè indirizzarsi verso cibi le cui qualità possano compensare la quantità di cui non tutti possono godere. Tre, valutare l’impatto ambientale, soprattutto il cambiamento climatico e lo sfruttamento del suolo. Quattro, considerare la cultura e il sapore, e cioè escludere cibi che la maggiorparte dei popoli non sia incline a coltivare o a usare. Cinque, permettere la diversità, e quello ce lo dice il dottore da sempre.

Il motivo, ora è più chiaro, è che è necessario immaginare una dieta sana che possa prescindere dalle classi sociali e dalle barriere geografiche, che possa preservare allo stesso tempo ambiente e corpo rinegoziando il concetto di abbondanza a favore di quelli di sostenibilità e miglior apporto nutrizionale. La lista di ingredienti è frutto di uno studio coordinato da Adam Drewnowski, un epidemiologo luminare dell’università di Washington famoso per il suo lavoro sulla salute pubblica e obesità. Al documento sono allegate più di sessanta fonti, la maggiorparte delle quali provengono dal FAO (ma c’è anche l’italianissima Fondazione Slow Food!). Mi sono dilungato in queste due precisazioni per dire che non è l’ennesima lista curata da www.quellocheipoteriforticinascondono.net, ma una ricerca che ha i paradigmi della scientificità. Persone più competenti di me potranno poi discuterne la valenza.

La lista dei 50 Future Foods

Ecco, invece, i 50 cibi per il futuro, divisi nei gruppi di alimenti di cui fanno parte e con i motivi per cui sono stati selezionati:

1-Alghe. Ricche di nutrienti, acidi grassi essenziali e antiossidanti, spesso ricche di proteine e, soprattutto, piene di umami, cioè di sapore. Nell’elenco ci sono 2 tipi di alga: la Laver, una varietà di alga nori con cui in Scozia si producono delle tradizionali frittelline, e la Wakame, che recentemente è diventata molto conosciuta grazie al Poke Hawaiiano.

Tradizionali frittelline di Laverbread scozzesi


2-Legumi
. Fibre, proteine e vitamina B, ma anche la loro versatilità in cucina e, non ultimo, il fatto che le piante svolgano un ruolo importante nell’ecosistema grazie alla capacità di sintetizzare il nitrogeno. Nell’elenco ce ne sono 9: gli ormai famosi Azuki giapponesi, Fagioli neri, Fave, Bambara (che si mangia come fosse un frutto secco, molto diffuso e prezoso in Africa) così come la Tylosema, il Fagiolo dell’occhio tanto caro alla tradizione lombarda del giorno dei Morti, le Lenticchie, i Semi di Soia (con un lungo paragrafo dedicato alla sostenibilità), e per finire il Fagiolo mungo verde.

Semi di Bambara

3-Cactus. Tollerano l’aridità, sono ricchi d’acqua e vitamine C e E, aminoacidi e Fibre. In più, sono utili per il trattamento dell’obesità ma anche come mangime animale. In lista c’è solo l’Opuntia, che noi conosciamo come piantina grassa da mensola ma in Messico ne usano praticamente tutto, dall’olio ai fiori.

Insalata di Nopales, il nome messicano dell’Opuntia

4-Cereali. Dei quali sappiamo già tutti e quindi l’accento viene posto sulla necessità di diversificarli, visto che negli ultimi 100 anni ne abbiamo perso quasi il 75% di varietà e, soprattutto, ci abbiamo rovinato un sacco di suolo con le coltivazioni intensive. Nell’elenco ce ne sono 9: Amaranto, Grano Saraceno (anche se non è proprio un cereale), il Miglio indiano, uno dei più nutrienti, il Fonio, che è coltivato dalla notte dei tempi e cresce senza troppi sforzi, il Kamut, la Quinoa (e anche qui si sottolinea come debba esser resa sostenibile), la Spelta, il Teff che ora va molto di moda e per finire la Zizzania, anche se al supermercato la vendono come riso selvaggio perchè fa più figo.

Un campo di Fonio in Mali

5-Frutta-verdura. Non inteso come frutta e verdura, ma proprio ‘Cose che usiamo come verdure ma che, botanicamente parlando, sono frutti’. Ricchi di vitamina c e con un più elevato tasso di carboidrati rispetto alla semplice verdura, scopriremo di conoscerli quasi tutti. in lista ce ne sono 3: Fiori di zucca (li posso friggere?), Pomodoro giallo e Okra, una delle mie verdure (anche se è un frutto) preferite, che si può friggere, lessare o servire con sughi di qualsiasi tipo.

Okra al fono, una delizia!

La lista continua nella prossima pagina, clicca qui

lascia un commento