Mahalo, hawaiano a Roma

Oggi a Roma ‘la Primavera bussa alle porte ,entra dalle finestre’, come cantava Vasco quando faceva belle canzoni. Ma mentre nello stesso brano, un paio di versi dopo, lui ne approfitta per commettere un’azione molto brutta scambiando il figlio per un coniglio, io e Leon ce ne siamo andati a mangiare in un ristorante hawaiano, tenendoci la voglia di gricia per il fresco della sera.

La cucina hawaiana è una delle tendenze più importanti (e anche ingombranti) degli ultimi anni, ma stranamente in Italia non ha ancora attecchito come nel resto dell’occidente. In questo caso, addirittura, Roma anticipa Milano, che di solito è il ricettacolo del cibo di moda, con questo grazioso ristorantino che si chiama Mahalo, che sembra una piccola serra, con piante rampicanti che si fanno breccia attraverso vetrine di plastica e un sacco di fiori dappertutto. Gli stessi che ti mettono al collo appena ti accomodi a uno dei pochi tavolini. Ed è subito Israel Kamakawiwo’ole (ho dovuto googleare per scriverlo, quindi almeno andatelo a cercare).


Il menù è essenziale e fighetto il giusto. A parte i roll, maledetti californiani, i piatti forti sono il poke, l’insalata di riso pesce e alghe che io ho scelto con salmone tonno uova di pesce volante e mayo piccante e che era veramente ricco e saporito, e i sushi burger, di cui si è parlato molto negli ultimi due anni e che sostanzialmente sostituiscono il pane con riso pressato e la carne col pesce crudo, e sarebbe anche leggero se non contenesse a occhio e croce due etti di salmone e avocado ottimamente conditi. Il pesce è buono, il tonno è poco ferroso (cosa per cui i giapponesi sarebbero incazzati neri, ma per il gusto occidentale è manna dal cielo) e le patatine di platano, la ‘banana brasiliana’ che fritta combina le migliori qualità delle patate dolci e di quelle classiche. Anche il taco, con una tortilla (seppur di grano) veramente degna di nota, è molto giusto.


Le porzioni sono faraoniche, i prezzi oltre l’onestà, se contiamo che siamo a ponte Milvio e che prendendo i due piatti più costosi e un antipasto non siamo riusciti a spendere trenta euro in due. A cena rincara un pochino ma siamo sempre sulla ventella a testa. In totale, un posto in cui tornare. A patto che non sappiate le parole di ‘Somewhere over the rainbow’, altrimenti continuereste a cantarla per tutto il pasto, rendendovi insopportabili alle persone normali che vi siedono accanto.