‘Mpanatigghi: in questo dolce c’è la carne!

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Quando ero piccolo, ma molto piccolo tanto da non averne memoria, pare fossi ghiotto di una ricetta da me estemporaneamente creata in un raptus di follia sul seggiolone. Narra mia madre, l’unica depositaria di questa leggenda familiare, che ebbi un giorno a versare, su una delle prime bistecchine post-svezzamento, una generosa quantità di succo di frutta all’albicocca. Chiaro sintomo della mia futura adorazione per il concetto di agrodolce, l’invenzione non ebbe tuttavia il successo sperato. Forse il mondo non era pronto, forse non avevo sufficiente vena imprenditoriale, o forse faceva semplicemente schifo.

La bistecca col succo di frutta, intendo. Perché l’abbinamento carne-dolce schifo non fa di certo, e prova ne sono un piccolo numero di dessert, sparsi per il mondo, che al loro interno contengono una più o meno piccola percentuale di carne. In Turchia, ad esempio, è celebre il tavuk göğüsü, un budino alla vaniglia ripieno di sfilacci di pollo nella quantità di mezzo petto ogni litro di latte, erede del medievale biancomangiare. In America non è insolito trovare ciccioli di maiale glassati al cioccolato. Carne di vario genere, essiccata e zuccherata, viene venduta come popolare snack di strada in tutta la Cina (ma, diciamo, non mi ha esattamente entusiasmato), in enormi cesti con in mezzo qualche bevanda gassata. Le tradizionali mincemeat pies britanniche hanno contenuto carne macinata, appunto, fino agli anni trenta.

Roba da crucchi, esclamerà l’ultras del tiramisù. Eppure uno di questi dolci, forse il più sorprendente, si nasconde con cura tra i vicoli di una delle più famose destinazioni gastronomiche italiane: Modica, in Sicilia. Ovvero la patria del cioccolato, gran regalo degli spagnoli. Di Salvatore Quasimodo, regalo agli italiani che però non si mangia. E poi degli ‘Mpanatigghi (o ‘Mpanatigghie, o anche ‘Mpanatiglie), i dolcetti con la carne. O meglio, i dolcetti con Mandorle della Val di Noto, Cioccolato di Modica, Zucchero, Cannella, Chiodi di Garofano, Marmellata di Limoni e alla fine un po’ di filetto di manzo scottato in padella e poi tritato. Nel passato, pare che il manzo fosse in realtà della selvaggina. Ma ‘pare’ va utilizzato con parsimonia, peggio del sale, quando le radici di un piatto affondano in un misto di storia e leggenda.

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Un abate severo, e le suore Benedettine di Modica che, nel 1600, volevano impartirgli una sonora lezione, ‘inquinando’ la sua quaresima di magro con della carne nascosta nei dolcetti al cioccolato. Oppure sempre le suore, stavolta desiderose di aiutare con un po’ di proteine il faticoso lavoro dei confratelli predicatori in quaresima, senza però farli sgarrare dallo stesso voto. O ancora suore che, scandalizzate da un editto secentesco che proibiva di elargire carne ai poveri, presero a nasconderla nel dolce. Leggende, sempre leggende, ma stavolta è verosimile credere che le empanadas arrivate con gli spagnoli abbiano fatto un passaggio in quel convento e ne siano uscite dolci. La produzione di dolci da parte degli ordini claustrali è ampiamente documentata e consolidata in Europa, a Madrid queste suore ‘spacciano’ dolcetti da una finestrella, e non c’è visita a un monastero che non si concluda acquistando un po’ di cioccolato dei monaci.

Non ci sono particolari fonti, né ricette storiche da poter mettere sulla linea del tempo. Quel che è certo è che questo dolce uscì dai monasteri tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento e che dalle mani delle suore passò alle tavole dei modicani, forse per la chiusura dei conventi, forse per il passa-parola. Ne sono testimonianza tante nonne, come quella di Peppe*, che la racconta così.

Nel primo dopoguerra, indicativamente tra il 1930 e il 1940, la famiglia di mia Nonna Lina era una famiglia che poteva tranquillamente definirsi come il ceto medio di allora.

Suo padre, e quindi mio bisnonno, u Massa Ignazio (dall’abbreviazione di Massaio) era “nu cabidduotu” cioè aveva una tenuta ” in gabella” (a ‘ncabedda), il quanto non pagava un affitto fisso in denaro, ma delle “gabelle”, cioè quote percentuali annuali di veri prodotti agricoli di quel terreno (tot salme di frumento, tot chilogrammi di formaggio, tot quintali di carne di vitelli pensati vivi, tot quintali di legna, ecc.) e inoltre aveva quasi tutti i figli, compresa mia Nonna Lina, che lo aiutavano nel lavoro sin da piccolissimi.

Essendo i proprietari di questi terreni delle famiglie nobili, questa sua condizione di privilegio, rispetto ai tanti contadini poveri dell’epoca, non lo poneva di certo nella borghesia ma permetteva a tutta la famiglia di vivere a contatto con i nobili proprietari terrieri.

In occasione delle feste comandate, come quelle natalizie, questi nobili, erano soliti chiamare una di quelle suore che erano uscite dal Monastero e che erano andate a vivere poco distante da loro e che erano soprannominate “i Munacheddi” (Le monachelle).

 Questa Suora, che di ngiuria, ovvero di nomea, era chiamata Naschi Sicchi (Naso sottile), andava quindi a casa di questi nobili per preparare quei dolci speciali, ma ne conservava gelosamente le ricette senza mai divulgarle a nessuno dei suoi clienti.
In quei contesti le mogli dei cabidduoti, venivano chiamate ad aiutare la munachedda, e con lei le proprie figlie.

Mia Nonna Lina e la Sorella Vannina, che in quegli anni avevano circa 8 e 9 anni, erano però parecchio furbette, e non sfuggì a loro di riuscire a carpire prima gli ingredienti, e poi le dosi esatte della Munachedda Naschi Sicchi.



Non ho scritto nulla del gusto. Fantastico, con una frolla all’uovo che racchiude questo ripieno soffice e cremoso dove il gusto del cioccolato è intenso, quello della mandorla delicato e quello della carne ancora di più, ma è giusto così: serve a dare sofficità, non sapore di grigliata. Altrimenti che dolce sarebbe?

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*Peppe ora gli ‘Mpanatigghi le produce e le vende attraverso il suo store online (lo potete trovare qui).