New York

Quando scendi da un aereo diretto verso una meta lontana o esotica e alla fine della scaletta appoggi il primo piede al suolo, o le labbra nel caso le turbolenze ti abbiano fatto pensare alla scena iniziale di Lost, ti assale subito quell’ansia di testimoniare a te stesso che sei in un posto nuovo, che te ne sei accorto, che non sei come quelli che atterrati a Nuova Delhi pensano che il bazaar pakistano di viale Padova non sia molto differente. In ogni caso, hai speso verosimilmente un sacco di soldi per ‘esperire’ questa o quella parte del mondo e quindi ti butti a capofitto alla ricerca di un simbolo, di una metafora e ti accontenteresti anche di un luogo comune, tipo un tizio con la maglietta a righe e una baguette sotto l’ascella, che ti calmi i nervi e ti faccia dire ‘Cazzo sì, eccoci a Parigi!’.

Se sei fortunato non devi cercare e semplicemente la magia accade. Il nostro albergo a New York era appena accanto a Madison Square park, un giardino più o meno noto con un lato sulla Quinta e un altro sulla Ventitreesima. Relativamente sconvolti dal jet lag, nel momento in cui i nostri occhi cercavano il buio ma trovavano il sole abbagliante delle quattro di pomeriggio, abbiamo deciso di resistere al sonno dei giusti e di andare a familiarizzare col quartiere circostante. E la magia è successa. Parco, bambini appena usciti da scuola, colletti bianchi e ventiquattr’ore, un gruppetto di ferventi predicatori del Cristo con l’impianto stereo e il corpo di ballo, l’ombra dell’Empire State Building e un hamburger del chiosco tra le mani: era tutto lì, tutto per noi, come se un mediocre regista di b-movies ci avesse scelto per una qualsiasi scena ‘arrivo a New York’. Tipo Lory del Santo. Invece era tutto vero, e soprattutto quello che avevamo tra le mani non era un hamburger a caso, anche se era per caso. Era l’hamburger newyorkese per antonomasia: l’hamburger di Shake Shack.

E’ l’hamburger perfetto. L’hamburger che sconfessa Platone, perchè rende chiaro che il concetto di ‘hamburgerosità’ non risiede nell’iperuranio ma tra le quattro mura di un chiosco a Manhattan. Chi l’ha provato sa cosa intendo. E io ritengo che il segreto del suo segreto risieda soprattutto nel pane, ovvero il potato roll. Quello usato da Shake Shack è famosissimo e viene prodotto dal Martin’s Famous Bakery Shoppe, ma la ricetta pare essere di origine Amish, le sue radici si perdono nel tempo e nelle storie di migrazioni e, come si può intuire dal nome, è a base di patate. E’ un pane decisamente dolce, soffice come il cuscino alle 4 di mattina dopo una serata da campioni e con una leggera glassa di tuorlo e latte. E’ il motivo per cui ogni altro hamburger del mondo è solo un’imitazione, il motivo per cui il panino al latte è tipo la tuta della ‘Diadas’ o le calze della ‘Mike’ che mettevi a scuola quando i marchi erano ancora roba da ricchi. Io oggi ho deciso di regalarmi questo lusso, di lasciare riposare l’impasto 16 ore in frigorifero e poi altre due nel forno spento. E ora vado a farmi un giro a Central Park. Vabbè, facciamo Parco Sempione.