Una piccola spesa in Tuscia, e due piatti

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Accadono, nella vita, cose molto peggiori di doversi recare per lavoro in Tuscia. Anche perché, per una serie di motivi, ci sono serie probabilità che in Tuscia uno non ci sia mai stato, vuoi perché non è la zona più pubblicizzata d’Italia, vuoi perché nel Lazio c’è Roma e un turista che arriva a Roma forse ci resta, vuoi perché raggiungerla non è proprio comodissimo, vuoi perché lì al confine c’è la Toscana che sa vendersi come nessun altra regione in Italia (e forse al mondo). Fatto sta che mi ci sono trovato per meno di 48 ore e ho visto almeno tre cose strepitose, come la campagna al confine con la provincia di Orvieto, la bellissima città medievale di Viterbo e una vista spettacolare sul Borgo più bello d’Italia, come direbbe Gerry Scotti: la ‘fantasma’ Civita di Bagnoregio.

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Il momento in cui sono rimasto davvero esterrefatto, però, è stato quello in cui ho googleato ‘Prodotti Tipici Tuscia‘, per farmi un’idea di quante tra le produzioni tradizionali di questa terra ne conoscessi e quante no. E scorrendo col dito, e raramente mi è successo, era praticamente tutto un No, no, no. La varietà di legumi è la prima cosa che salta all’occhio: i fagioli del purgatorio, bianchi e con la buccia sottilissima, sono forse i più famosi della lista, ma poi ci sono pure i ceci del Solco Dritto e le lenticchie di Onano. La frutta secca è l’oro dei Monti Cimini, che producono castagne e nocciole di altissima qualità. Ho scoperto il farro del Pungolo di Acquapendente, l’aglio rosso di Proceno e gli asparagi verdi di Canino. Ho mangiato poi la Susianella, un salame antichissimo e reso rotondo e pastoso dalla presenza di fegato. In generale, la caratteristica di tutti questi prodotti è la loro produzione, esclusiva dei piccoli comuni che gli danno il nome, e le loro radici che affondano nel medioevo e oltre. E poi olii pregiatissimi, pluripremiati, tartufi di buona qualità e ora sta finendo lo spazio per il testo, per dire.

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Così, in una bella bottega nel centro di Viterbo, ho fatto un po’ di spesa. Ho comprato senz’altro i fagioli del Purgatorio e le nocciole dei Monti Cimini, dolci e fragranti. Mi sono poi lasciato incuriosire dalla Granatina, salame prodotto da uno storico salumificio cittadino e così chiamato per la forma a ‘bomba a mano’ conferito dalla geometria dello spago usato per legarlo, e ho pensato che sarebbe stato stupido non metter nel sacchetto anche un po’ di guanciale. I tartufini erano gli ultimi scorzoni della settimana, ma non fanno mai male. Così, tornato a casa tardi la sera, ho potuto approfittare del fatto che i fagioli del purgatorio non necessitino di ammollo per sbatterli in pentola a pressione con una cipolla a fette rosolata nell’olio, sale, pepe e abbondante acqua per poterli ridurre, neanche trenta minuti dopo, in una crema semplice e proteica. In purezza, con una grattata di tartufo e due nocciole, per la ragazza e come sugo di una mescafrancesca, la pasta mischiata di napoletana, insieme a guanciale, pecorino, nocciole e tartufo per noi uomini di casa. E così la Tuscia è rimasta con me.

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Se voleste saperne di più sugli infiniti prodotti tipici di questa terra, vi consiglio di dare un’occhiata qui.