Il Rebel Whopper mi ha reso un po’ meno carnivoro

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Non riuscivo a inserirlo in nessuna casella della mia memoria gustativa che non fosse quella della carne. Non in quella degli hamburger di soia, né in quella del seitan; non entrava nel cassetto delle polpette di legumi, di qualsiasi tipo esse siano, nemmeno per sbaglio. Quella consistenza elastica, tenera e succosa, la soddisfazione del canino che spezza la fibra del filetto e persino le striscette di grasso succulento che solo le macinate impastate a mano possono sviluppare. Il sapore di carne senza retrogusto. Non poteva essere altro che carne, anche solo non fosse altro per la goduria che addentarla provoca in un carnivoro di lung(hissim)a data come me. E invece no, non lo era. O forse sì. “Siete sicuri di non aver sbagliato l’incarto dell’hamburger?”. No, no, mi rassicurano. Era proprio il Rebel Whopper, ed io ero il primo sul suolo nazionale ad assaggiarlo. Ero molto felice, e non solo per il gusto.

Ero felice anche perché, per una volta, non stavo mangiando carne, cosa che faccio molto spesso e, onestamente, non senza qualche senso di colpa. La verità è che è troppo buona, e io sono troppo debole e il mondo, fino a pochissimo tempo fa, era sprovvisto di mezzi per poter godere di quel sapore di griglia senza che ci fosse della carne di mezzo. Il finocchio grigliato, ahimè, non è una soluzione. E nemmeno tutta quella stirpe di prodotti che fino ad oggi hanno affollato i banchi frigo del supermercato con la promessa, più o meno esplicita, di esser ‘buoni come la carne’. No, non lo erano. Poi è arrivata Impossible Food e la prima polpetta di ‘fake-meat’, ovvero un composto di proteine vegetali, soia e una serie di ingredienti che, sulla carta, avrebbero riprodotto gusto e consistenza di un hamburger, ma senza carne. E definirlo un successo sarebbe riduttivo.

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Sua novità il Rebel Whopper: non pensavo che della ‘non-carne’ potesse essere così succosa

Perché non è stato solo un alimento, ma una rivoluzione, un progresso epocale e un fenomeno di costume allo stesso tempo. Ha monopolizzato la maggior parte discorso gastronomico, scientifico e ambientale per gli ultimi anni. Ha attratto investimenti milionari un po’ da chiunque, da Bill Gates a Katy Perry. È diventato l’ingrediente più richiesto dal pubblico americano, e se fino a poco tempo fa era disponibile solo per una piccola (e ben pagante) parte della popolazione, dal 2019 è entrato a far parte in pianta stabile del menu di tutti i Burger King degli Stati Uniti. Ed è diventato sempre più richiesto anche da quelli che, fino a poco tempo prima, avrebbero ordinato un normale Whopper. Le vendite generali sono aumentate con una proporzione tra panini a base di Impossible Meat e quelli ‘regular’ crescente a favore dei primi. In Europa, come al solito, nulla. Il vecchio continente è sempre vecchio, in tutti i sensi.

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La presentazione del Rebel Whopper a Milano: un sacco di gente che conta e, a lato, io

Fino a questo mese, quando il Rebel Whopper è stato rilasciato in tutti gli store Burger King da questa parte dell’oceano. Quando, al telefono, mi hanno chiesto: “Ti andrebbe di assaggiarlo?” la mia risposta è stata “Sapete che lo state chiedendo a uno che intingerebbe un pezzo di manzo pure nel cappuccini”. Sì, lo sapevano. “Sapete che, se non è buono, non potrò parlarne bene?”. Sì, sapevano pure quello. Era una specie di sfida, uno di quegli stalli messicani in cui può finire benissimo, o malissimo, per entrambi gli attori in campo. Quando ho varcato la soglia del Burger King di Viale Tibaldi c’era addirittura sotto una colonna sonora di Morricone. Vabbè, quella forse me la sono immaginata. Ma non importa.

Ho scartato il panino come si sfodera una rivoltella dalla guaina appesa alla cintura, l’ho addentato come si preme il grilletto di una sei colpi, e alla fine ad esser colpito duro sono stato io. Era buono, succoso, carnoso, tutte quelle cose che ho scritto sopra. Confrontato con un Whopper ‘carnivoro’, anche se qui con le parole si rischia di far confusione, l’ho trovato addirittura migliore. “Posso dire che secondo me è addirittura migliore?”. “Mmmmh, meglio di no”. Vabbè, lo dico lo stesso. Ma d’altra parte, è per questo che The Vegetarian Butcher, ex-macellaio olandese, ora vegetariano militante, l’ha creato. Perchè rinunciare ogni tanto alla carne non significasse rinunciare ogni tanto al piacere. Sono serviti soia, frumento, cipolle ed erbe aromatiche, in una lista ingredienti decisamente più corta degli altri prodotti dello stesso segmento.

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Jaap Kortweg alias ‘The vegetarian butcher’: no, in questa foto non c’è “carne di origine animale”

Ma sono parole vuote, perchè quando sono davanti a un hamburger con patatine e bibita extra large non sto pensando agli ingredienti. Sto pensando al sapore, alla goduria, al rivolo di salsa che mi cola dall’angolo della bocca. E il Rebel Whopper mi piace. Se il futuro ha questo sapore, beh, ha un sapore buono. E se mi conoscete anche solo un po’, sapete che è proprio così.

 

Articolo realizzato in collaborazione con Burger King Italia