Ristoranti e Coronavirus: adesso tutti su Just Eat

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Ho cambiato telefono a novembre. Appena arrivato a casa, dopo aver testato la performanza della fotocamera e di tutte le nuove diavolerie, ho installato il solito pacchetto di applicazioni che l’app store consiglia come ‘essenziali’. Instagram, Whatsapp, amo il realismo ma vi risparmio la lista completa, e alla fine arrivo a Just Eat, amico dei giorni più duri. Attivo le notifiche, perché ultimamente c’è qualche problema con le consegne e a volte il fattorino gira in tondo attorno all’isolato per mezz’ore, ma ne ricevo solo in caso di consegna, per il resto l’app resta tranquilla e silente.

Un paio di settimane fa, a metà mattina, spunta una notifica di Just Eat. Toh guarda, che avranno mai da dirmi, Leon ha ordinato un cheeseburger a scuola? No, ma l’applicazione mi informa che da oggi posso ordinare la cena da Temakinho, la arcinota catena di uramakerie. Ma pensa, forte, e poi passo ad altro. Non ho nessun altro pensiero, non lo collego a nulla. Si comincia a collegare quando i puntini sono almeno due, come nei grafici. Il secondo puntino arriva a un giorno di distanza. Notifica Just Eat: “Hey, da oggi i panzerotti di Luini sono su Just Eat!’. Luini? Quello che fa centomila persone al giorno, ammassate in coda fuori dalle due vetrine dietro al Duomo? Allora ho capito.

I ristoranti, da quelli di fast food a quelli più raffinati, stanno passando in massa al delivery. È la prima risposta, e forse l’unica che possa servire davvero, alla crisi senza precedenti in cui sono precipitate le attività della ristorazione da quando è scoppiato il focolaio di Codogno. Che, a giudicare dai nomi in ballo, non risparmia davvero nessuno. Non l’Osteria Francescana di Massimo Bottura, che nel momento in cui scrivo offre tavoli all’ora di pranzo in almeno 4 giorni di marzo, impensabile fino a qualche tempo fa. Non risparmia chi lavora con i turisti, come Luini, ne chi lavora con i locali, come Spontini, se è vera la dichiarazione sibillina (non ha fatto il nome, ma abbiamo capito tutti) esternata ieri sera da Alessandro Sallusti a Piazza Pulita secondo cui ‘il proprietario della più grande catena di pizzerie a Milano mi ha detto che se va avanti così dura fino a metà aprile’.

Se la gente non vuole, o non può, uscire di casa, allora bisogna quantomeno provare a mandargli la cena, e tutti si stanno attrezzando. Gianfranco Lo Cascio, una delle voci più autorevoli del cibo sul web (quello della prima ‘carbonara scientifica’, per dire) ha pubblicato l’altro ieri sul suo gruppo BBQ for All un post in cui spiega nel dettaglio come allestire in quattro e quattr’otto un servizio di delivery per il proprio ristorante, anche se non si è mai fatto. Regole semplici ma non banali, che possono aiutare anche chi resta più ancorato a un modello di ristorazione ultra tradizionale.

Come uno dei miei ristoranti-feticcio d’infanzia, Le Cantinelle di Ostra. Grandi cabaret di fritto misto di carne serviti intorno a una piscina, una roccaforte anni 80 nella regione, le Marche, che mi ha regalato le prime estasi culinarie. Il titolare Andrea Pambianchi, sempre l’altro ieri, ha lanciato per la prima volta una promozione su tutto l’asporto, rendendo disponibili i cavalli di battaglia del ristorante da portare a casa a prezzi competitivi. Il fritto misto di carne e il coniglio in porchetta, due dei monumenti della cucina di collina, costano 9 euro, già impacchettati e belli pronti da portare, riducendo i possibili contatti umani di una cena al ristorante da N a 1. E infatti sta funzionando.

È ancora presto per capire cosa diventerà la ristorazione ‘ai tempi del virus’ (Dio che odio questa frase), ma se persino Wicky Priyan di Wicky’s Wicuisine, uno dei ristoranti più raffinati (e cari) di Milano, ha appena inaugurato un menù per il take away o addirittura per il delivery (via Taxi, che classe) vuol dire che se Maometto non va alla montagna, la montagna iniziano a consegnartela a casa. Tutti quanti, senza distinzioni.