Spaghetti filippini, prova di coraggio

Ho provato la cucina filippina per la prima volta a New York. Ogni volta che mi reco all’estero, per prima cosa (prima ancora di mettere le mutande e i calzini in valigia) digito su Google ‘secret restaurant’ e il nome della località che sto per raggiungere, perché sono affascinato dai posti nascosti, preclusi ai passanti, i piccoli segreti noti solo agli autoctoni. Trovo così che nell’East Village, in cima a una rampa di scale contraddistinta da un ingresso quantomeno fatiscente, si nasconderebbe un piccolo ristorantino, con un solo cuoco e una cameriera, che servirebbe autentica cucina filippina. Lasciati dal taxi di fronte all’indirizzo giusto, è servito un vero e proprio atto di fede per varcare quella soglia, visto che porte del genere sono quelle in cui vedi gente entrare e mai più uscire nei film sulla mafia cinese.

Il nostro coraggio è stato ben ripagato, visto che ci ha permesso di scoprire una delle cucine meno note in Europa, e in più realizzata ad altissimi livelli. Nel resto del mondo, invece, la cucina filippina gode di ottima fama, caratterizzata com’è da sapori e preparazioni assolutamente originali, e di grande successo. Anche perchè i filippini che vivono fuori dalla loro madrepatria sono più di dieci milioni (!) e nella loro diaspora hanno portato le loro ricette e i loro ingredienti ovunque siano finiti. Gli spaghetti filippini nascono proprio grazie a una di queste contaminazioni, in particolare quella con la comunità italo-americana di New York. Nei ristoranti italiani della metropoli, già negli anni ’40, impazzavano gli ‘spaghetti bolognese’, quel piatto che da noi non esiste e che invece all’estero, per ironia della sorte, ci contraddistingue.

I filippini hanno fatto quello che avrebbero provato a far tutti, di fronte a un piatto così buono: l’hanno adattato ai loro ingredienti e al loro gusto. Così nella salsa di pomodoro è finito il banana ketchup, la cui storia è piena di umanità e di voglia di riscatto (cercatela), e nella carne del ragù sono stati inclusi wurstel rossicci e spam, una sorta di patè di maiale solido di cui giù a Manila vanno ghiotti. Il risultato, in pochi anni, è diventato più di un curioso piatto di spaghetti dolci: è diventato l’identità di una comunità sparsa per il mondo, oltre che una prelibatezza per i bambini di mezza America. E secondo me dovreste provarlo, perché non c’è nulla di più bello che scoprire che qualcosa che, a istinto, ci provoca ribrezzo in realtà è buono. Che poi è quella cosa che si chiama crescere.


Ricetta dei ‘Filipino spaghetti’ (x 3 persone)

3 etti di spaghetti
3 wurstel (tipo viennesi)
100 gr di luncheon (Spam, oppure un wurstel in più e 50 gr di prosciutto cotto in fetta unica)
250 gr macinato di manzo
1 cipolla
1 spicchio d’aglio
350 ml passata di pomodoro
150 ml di banana ketchup (oppure frullate insieme mezza banana e 70 ml di ketchup)
180 ml di brodo di carne (oppure d’acqua)
1 cucchiaino di zucchero
Sale e pepe
Cheddar grattugiato
Coraggio qb

Procedimento

In una padella o casseruola fate appassire in un po’ d’olio la cipolla tritata fine, quando sarà a metà cottura aggiungete anche l’aglio tritato. Quando sarà bella tenera e dorata, aggiungete il macinato e fatelo soffriggere cercando di spezzettarlo quanto più possibile. Aggiungete quindi i wurstel tagliati a fettine e il luncheon tritato a microdadini (se non ce l’avete, sostituitelo con un wurstel aggiuntivo e del prosciutto cotto, sempre tutto a microdadini) e fate cuocere per due o tre minuti. Quindi coprite le carni con la passata di pomodoro, il banana ketchup e il brodo (o l’acqua), portate a bollore, aggiustate di sale e pepe e fate sobbollire coperto per mezz’oretta. Passato questo tempo, assaggiate la salsa: dovrà avere un gusto dolce, se così non fosse correggetela con lo zucchero. A questo punto conditeci gli spaghetti e spolverate il piatto col ketchup grattugiato. Munitevi di tutto il coraggio di cui avrete bisogno per il primo boccone, poi vi piacerà e dal secondo in poi non ne avrete bisogno.