Stop agli hamburger vegani. Ce lo chiede l’Europa!

La Commissione per l’Agricoltura del Parlamento Europeo vuole vietare i nomi ‘carnivori’ per le pietanze ‘vegane’. Precedenti simili? Benito Mussolini.

 

‘Stat hamburger pristinum nomine, nomina nuda tenemus’. In un universo parallelo, il libro più celebre di Umberto Eco si chiama ‘Il nome dell’hamburger’ e il meraviglioso thriller su dei monaci particolarmente ghiotti di carne macinata si chiude proprio con questa frase. Quest’universo è il mio preferito, soprattutto perchè non esistono parlamentari europei che dedicano il proprio tempo a discettare, appunto, sulla legittimità di chiamare un hamburger vegano ‘hamburger’ e una bistecca di seitan ‘bistecca’. In quest’universo la disputa sui nomi vegani è ampiamente superata e non è più nemmeno un argomento da bar, in cui comitive di carnivori e combriccole di vegani si incontrano solo per ubriacarsi come delle scimmie dopo aver stabilito di comune accordo che gli uni stuzzicheranno del salame e gli altri dei lupini senza rompersi i coglioni a vicenda.

Quest’universo, purtroppo, non esiste. Pochi giorni fa, la commissione per l’agricoltura del parlamento europeo ha approvato a larghissima maggioranza una proposta per vietare l’utilizzo dei nomi di cibi tradizionalmente a base di carne per alimenti vegani. Addio hamburger di tofu, benvenuto ‘Disco vegetale’! È questa infatti una delle soluzioni trovate dall’infaticabile promotore della proposta, il socialista francese Éric Andrieu, che ipotizza poi l’utilizzo della parola ‘tubo’ per le salsicce di fagioli e di un generico ‘fetta’ o ‘pezzo’ per tutto ciò che oggi viene chiamato bistecca o scaloppa (a proposito, cosa direbbe della mia Bistecca di Cavolfiore?). Mi viene già l’acquolina in bocca. E se com’è ovvio in molti sospettano l’influenza delle lobby della carne dietro una decisione del genere, che di certo non incentiverebbe il consumo di pietanze dai nomi assurdi e/o ripugnanti, lo stesso Andrieu ci tiene a farci sapere che il motivo, invece, è diametralmente opposto: “Le persone devono sapere quello che mangiano. Così le persone che non vogliono mangiare carne sapranno cosa stanno mangiando, cosa c’è nel loro piatto”. Capito? Lo fa per i vegani.

Anche chi è scettico sulla provenienza della proposta, comunque, concorda sul senso generale “Al posto di dire ‘non posso mangiare bacon quindi creerò qualcosa che assomiglia al bacon a partire da qualche strano micro-food’, potresti provare una cucina che invece comincia con le verdure e che non prova a surrogare la carne”. Sì, potresti. Ma perchè dovresti essere obbligato a farlo? E soprattutto, è mettendo al bando una parola che otterrai questo risultato? Per capirlo meglio ho chiesto a qualcuno di più autorevole di me, che le parole le studia e le interpreta: un semiologo, anzi due. Il primo è Gianfranco Marrone, professore ordinario di semiotica all’Università di Palermo che, tra le altre cose, ha diretto il master in Cultura e Comunicazione del gusto. Che la pensa così:

“Qualsiasi tipo di divieto sulla lingua è patetico, tra l’altro ci ricorda periodi bui come quelli del fascismo, dove le parole ‘pericolose’ per un motivo o per l’altro venivano bandite dal linguaggio ufficiale e comune. Io capisco la protezione di una denominazione, che è importante in un mercato globalizzato come quello di oggi: è necessario sapere che il pomodoro di Pachino è solo quello di Pachino. In questo caso però parliamo di termini che sono ormai svuotati del loro senso originario e indicano solo una forma, un ‘modo di dire’ dei consumatori e più in particolare tipico dell’indecisione cognitiva dei vegani che, come nella tradizione monastica e ascetica medievale, rifiutano la carne perchè immorale, non perchè non gli piaccia. E quindi ne ricercano le forme al supermercato. Non capisco perchè non permetterglielo: la trovo un’ipocrisia che si sovrappone a un’altra ipocrisia.”

Qualcuno dice che il motivo stia nelle pressioni delle lobby della carne.

“Io non credo che chi ha voglia di una bistecca di manzo sia invogliato a comprarne una di seitan solo perchè si chiamano allo stesso modo, o viceversa. Credo però che in molti saranno disincentivati dall’acquisto di ‘dischi vegetali’ o peggio ancora di ‘tubi’: a me farebbe passare la fame. Questo tentativo di trovare termini ‘puri’ è patetico e pure triste, perchè essendo universale non tiene conto della storia e delle contraddizioni insite in ogni parola. Si ricorda quando hanno vietato di chiamare ‘latte’ le bevande vegetali? E cosa avrebbero dovuto dire i siciliani, che producono latte di mandorle dalla notte dei tempi!”

La seconda ad avermi risposto è Valentina Guelfi, laurea magistrale in Semiotica della Cultura, che invece a qualche interesse economico dietro a questa manovra ci crede un po’ di più:

Nessuno nasce vegano. Parole come hamburger e salsiccia richiamano senza dubbio l’universo della carne, e fanno sì che un’amante della carne si avvicini più facilmente a questo mondo, introducendolo al consumo di preparati magari facili, veloci e con una forma che gli è familiare. Allo stesso tempo le stesse parole sono presenti anche nel vocabolario della comunità vegana, proprio perchè vegani si diventa e quindi tutti le comprendono, tutti vi hanno familiarità. È chiaro però che le queste parole non porteranno mai un vegano a diventare un carnivoro, mentre potrebbero coadiuvare il passaggio di un onnivoro, se non al veganesimo, ad acquistare meno frequentemente prodotti a base di carne”.

E quindi, alla fine, si ritorna ad Umberto Eco. La cui più celebre citazione, che a sua volta è una citazione ancora più antica, significa che della rosa originale, della madre di tutte le rose, quella universale, ecco di quella rosa non resta che il nome, tutto il resto non c’è più. E vale lo stesso per l’hamburger, che prima di esser stato vegano era già di pesce, di pollo o di maiale, e nessuno aveva avuto nulla in contrario all’assenza di manzo, che dell’hamburger ‘universale’ dovrebbe essere l’ingrediente unico ed esclusivo. Ma si sa che, quando di mezzo c’è il vegan, si scoprono parecchi nervi e un sacco di cervelli si chiudono ermeticamente. A maggio, quando il Parlamento Europeo si troverà suo malgrado a dover votare questo novello ‘indice delle parole permesse’, sapremo effettivamente quanti.