L’unica cosa ‘super’ dei superfood è il prezzo

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Il sacro Graal, la pietra filosofale, il chirurgo plastico di Cher. L’umanità da sempre è alla ricerca di qualcosa (nel caso di Cher, di qualcuno) che possa con un solo sorso, morso o applicazione garantire dei risultati straordinari: la longevità, l’eterna giovinezza, la salute inossidabile. Ma mentre archiviamo gli oggetti mistici, magici e con poteri taumaturgici nel campo delle stramberie mitologiche, quando parliamo di prodotti alimentari siamo quasi sempre propensi a credere che qualche morso di un frutto amazzonico possa ridarci il benessere che vent’anni di birra e patatine sembrerebbero aver compromesso.

Questo, più o meno, è l’assunto su cui si fonda il successo dei Superfood, quella ristretta (ormai non più di tanto) cerchia di alimenti che reputiamo dotati di poteri sovrannaturali. Tè matcha giapponese, bacche di Goji cinesi, semi di Chia peruviani, ma anche avocado o il cavolo riccio, i superfood sono più o meno la versione commestibile degli Avengers. O meglio, così li percepiamo. Perchè al netto di proprietà nutritive specifiche e notevoli, e questo è indubbio, è completamente antiscientifico pensare che il loro utilizzo saltuario abbia proprietà taumaturgiche. E inoltre, le loro proprietà nutritive non sono poi così specifiche.

Negli ultimi anni la comunità scientifica ha ricordato, tramite più articoli (uno dei più plagiati è questo del Guardian), che ad esempio gli omega3 che rendono i semi di Chia così speciali e richiesti sono presenti in quantità più massicce nei semi di Lino, che costano un terzo. Che il Kale, il modaiolo cavolo riccio, contiene sì molto folato ma comunque meno di un terzo di quanto a parità di peso ne contengano gli spinaci, che sono molto più reperibili e costano dalle tre alle quattro volte in meno. Che, in sostanza, i superfood non siano poi così super. Se non nel prezzo. Che, spinto dalla moda (il Guardian introduce un ‘hipster rating’, cioè il valore percepito di ‘fighezza’) lievita oltre ogni limite ragionevole.

Se scrivo questo articolo è perchè ieri, sulle pregiate pagine di Heated, è uscito un pezzo firmato dal direttore dello Yale-Griffin Prevention Research Center, uno dei più accreditati centri scientifici per l’alimentazione, che parla della situazione in America, dove il fenomeno super-food è ancor più una consolidata mania collettiva. E dove, più che altrove, il direttore David L. Katz ha ritenuto necessario ribadire che no, il consumo di superfood non può sostituire una dieta equilibrata, perchè è a questo che la disinformazione, unita a importanti campagne di marketing e all’aura di fashionismo, sta portando. A pensare che una settimana di fast-food possa esser neutralizzata da un paio di beveroni con frutti esotici e semi miracolosi.

I piani di valutazione sono quindi due. 1-I superfood, da soli, non servono a niente. 2-I superfood, comparati con ‘food’ più banali, comuni ed economici, non sono nemmeno così ‘super’. Se poi ritenete saggio investire parte del budget mensile in chili di bacche di Goji o sacchi di quinoa tricolore, beh, male non vi farà. A parte al portafogli, ovviamente.