Varsavia

L’impatto con Varsavia non è stato dei più confortevoli. Pioggia battente, il freddo da passamontagna che con i tempi che corrono non è proprio il capo più adatto da portare e una distesa a perdita d’occhio di architettura post-comunista che Corviale a Roma in confronto è una reggia da sceicchi. Dico l’impatto perchè poi in realtà Varsavia è una città con un centro storico delizioso e giardini reali e un castello veramente imponente, ma quello lo scopri dopo e nel frattempo potresti già essere morto assiderato, a gennaio.

C’è una strana poetica nel modo in cui Varsavia si svela, e sta nel fatto che per arrivare nella via più bella devi passare dalla piazza più brutta, un’orrorifica rotonda con in mezzo un’enorme palma finta, tipo quelle che mettono in Sardegna per mascherare i ripetitori telefonici. Lì invece sarebbe servito qualcosa per mascherare la palma, anche perchè quando arrivi lì e hai già visto due chilometri di edifici tristissimi pensi davvero di non potercela fare e ti chiedi cosa trattenga il milione e mezzo di persone che vivono nella capitale della Polonia dallo scappare con il primo charter verso ovunque, ovunque ma non qui. Poi giri l’angolo a sinistra e lo scopri due volte.

La prima è perchè la via che porta al cuore della città è bellissima, colorata, moderna, che ti farebbe sentire nel periodo dell’avvento anche a ferragosto. La seconda, come sa chiunque sia stato in Polonia e da quel momento l’avrei saputo anch’io, sono i Pierogi. Questi burrosi ravioli ripieni di qualsiasi cosa, mangiati in un ristorantino al volo, hanno spazzato via la mestizia e ci hanno regalato la speranza in un paese che si è rivelato poi meraviglioso. La controindicazione è che la dipendenza da Pierogi è un fenomeno serissimo, io ho cominciato dal tagliere che vedete sotto e ora vi sto scrivendo dalla clinica del Professor Birkermaier. E’ stato bello finchè è durato.