Viaggio in Giordania: cosa e dove mangiare – Parte 2

Ma’in e Madaba

Lasciamo dunque Amman alla volta del Mar Morto, del quale non ho voluto assaggiare né l’acqua né i famosi fanghi, mentre sicuramente non avrei dovuto assaggiare nemmeno l’orrendo buffet dello stabilimento in cui ci siamo fermati per balneare. Il buffet va di moda tantissimo, qui in Giordania, e nella stragrande maggioranza dei casi è fuffa (ma questo noi lo sappiamo dagli anni ’80). La mia passione per gli autogrill, tuttavia, mi ha obbligato a fermarmi fuori da una casetta, lungo la strada che collega il Mar Morto alle terme di Ma’in, con una graziosa ‘veranda’ di tavolini affacciati sul panorama mozzafiato delle valli desertiche e il Mar Morto in tutta la sua lunghezza. Il caffè turco che ci hanno servito era pure uno dei migliori.

Arrivati a Ma’in, dove si trovava il nostro albergo, un altro buffet era in attesa. Molto meno malefico, a dire il vero, grazie a un’attenta selezione di pietanze tipiche e alla presenza di uno chef che tutte le mattine prepara un Ful medames (la crema di fave di cui parlavo prima, che si mangia principalmente a colazione) espresso e speziato secondo il gusto del cliente. Ah, il Manakish, la tradizionale pizzetta al formaggio, è d’obbligo ovunque, soprattutto a colazione.

Ma la tappa gastronomica migliore di questi due giorni è stata senza dubbio Madaba, una città dimenticata dalla storia e ‘ricostruita’ solo a inizio novecento da alcuni preti missionari italiani. E non so se è stato il benefico influsso del Belpaese a far sì che Haret Jdoudna, il ristorante preferito sia dai locali che dai turisti, ci abbia servito una cena fantastica all’interno di un labirinto di cortili e terrazze avvolte da vecchi alberi. In questo posto troverete davvero le più celebri specialità nazionali, e io ne ho scelte alcune tra cui il Labneh, un formaggio cremoso con cuore di timo fresco, quindi delle Mutaffi Bethanjan, soffici melanzane fritte e tiepide coperte di tahina (crema di sesamo), e il leggendario Galayat Bandora, che altro non è che la salsa di pomodoro della nonna, ma al quale un soffritto di aglio e menta, un pizzico di cumino e i pinoli a guarnire danno un gusto più profondo. Protagonista della cena il Musakhan, che è il piatto indiscutibilmente più brutto della cucina giordana e, quindi, uno dei più buoni. Perché come può non essere incredibilmente godurioso un pollo cotto nel sumac (la loro principale spezia rossa e asprigna, per riassumere), quindi sistemato su qualche fetta di Khubz (pane genericamente arabo) e ricoperto da una cascata di cipolle stufate e pinoli? Non può.

 

Petra e Wadi Musa

Arrivammo quindi a dare l’addio alla calda acqua termale che nella piscina dell’hotel coccolava tepidamente le nostre terga per dirigerci verso Petra, o meglio Wadi Musa, che è il paese da cui poi accedere alla leggendaria città scavata nella roccia. Le guide ci avevano avvertito che non fosse molto semplice mangiare bene a Petra, e il primo pranzo ce l’ha confermato in pieno. Troverete però di vostro gusto, se mi ascoltate, le pietanze semplici e genuine di Petra Kitchen, il ristorante con cucina a vista in cui mi sono tra l’altro sottoposto a una lezione di cucina tradizionale giordana con il simpaticissimo sous chef Edu, che conosce un sacco di canzoni italiane e le mima usando il mestolone di legno come chitarra. Fatevi consigliare da loro, per pochi euro vi imbastiranno un banchetto con i fiocchi.

O altrimenti fate un salto al Cave Bar, forse l’unico locale scavato nella roccia proprio come un tempio di Petra (e infatti si trova ben oltre la biglietteria del sito archeologico). La sera è illuminato, fresco, bellissimo, il locale più bello che abbiamo visto in tutta la settimana. La carta racchiude soprattutto qualche classico internazionale, ma potreste esser fortunati e capitare come noi durante una delle serate di buffet, questo sì con i controfiocchi, dove rimpinzarvi di antipasti, polpette eccezionali e saporitissima e tenera carne grigliata al momento. Magari telefonate per averne la certezza, ma ne vale davvero la pena.

Vedete di non prendere la Petra Beer, abbastanza discutibile, e di aggiudicarvi invece una bottiglia di Carakale, l’unica birra, tra l’altro artigianale, prodotta in Giordania. Veramente ottima. Se poi, durante il soggiorno, avreste voglia di assaggiare qualcosa di speciale, fatevi portare alla pasticceria che sta vicino alla rotonda a Wadi Musa e dite semplicemente Simsimya: vi verranno dati dei biscottini dalla forma allungata ripieni di uvetta e altre amenità, dal gusto irresistibile e con una dolcezza tale da fruttargli, da parte di Leon, il soprannome di ‘diabetini’.

 

Wadi Rum, il deserto (anche gastronomico)

E poi, infine, il deserto di Wadi Rum. Qui c’è tanto da dire sulla bellezza stordente della natura quanto poco c’è da dire sul cibo, visto che è impossibile mangiare fuori dall’accampamento di tende che avete scelto, che le strutture servono tutte ‘luculliani’ buffet e che le specialità beduine si riassumono essenzialmente in qualche Maqluba, piatti di riso frutta secca e carni che non raggiungono la bellezza e la profondità di gusto dei loro omonimi persiani, e Mansaf, che è solo montone bollito e riso e che personalmente vi sconsiglio (e sapete quanto mi costi dirlo). Quindi smettetela di guardare quei pasciuti cammelli con aria trasognante.

 

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