Vittorio Spezie & Cucina abbatte la legge dei ristoranti

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Il ristorante bellissimo in cui si mangia molto bene e si spende poco è una categoria dell’immaginazione simile al famoso ‘triangolo dell’universitario’. Se non lo conoscete ve lo spiego in due parole: studio, riposo e vita sociale sono i tre vertici di un triangolo, e un laureando ne può scegliere solo due. Può riposarsi e studiare, oppure dormire e avere una vita al di fuori dei libri, oppure scegliere come un kamikaze studio e baldoria rinunciando al sonno, ma non può perseguire tutte e tre le strade contemporaneamente. Il triangolo del ristorante è così: se è bellissimo e si mangia bene costerà abbastanza/molto, se è bellissimo e si spende poco il cibo sarà una schifezza e un ristorante dove si mangia bene e si spende poco, generalmente, non è mai la sala da pranzo della regina d’Inghilterra. Pensate a tutti i posti in cui siete stati e vi accorgerete che è così. E poi andate da Vittorio Spezie & Cucina a Roma, nel quartiere Monti, e buttate al cesso i teoremi e le leggi fisiche dell’universo.

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Vittorio Spezie & Cucina è un ristorante bellissimo ed è una definizione comunque ingiusta e riduttiva. Un’ambiente enorme, articolato in varie stanze di vari colori e anime, con un’ingresso di vecchie valigie, un bancone in legno tornito proprio in mezzo alla sala principale, assi di legno, lampadari preziosi di cristallo, arredamento d’epoca vicino a pezzi pop, ora esotici ora coloniali, e pure una sorta di veranda, sul fondo, col soffitto di vetro che apre i fortunati abitanti della sala verde alla vista del cielo, un cielo contornato da cespi d’edera che scendono sul soffitto. E comunque nemmeno questo rende giustizia. È un ristorante davvero bellissimo, per dirvi che non uso i superlativi alla cazzo di cane altrimenti l’assioma principale cade.

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Da Vittorio si mangia molto bene. Spezie & Cucina non è il migliore dei copy che abbia mai letto ma evoca il succo della questione: una cucina (non kitchen, non food) che è quindi italiana, ma contaminata dai viaggi di questo immaginifico chef Vittorio (che non so nemmeno se esista, dato che Vittorio è pure il nome della famosa piazza a fianco), un racconto più che un personaggio in carne ed ossa, ma cui non si stenta a credere. Le sue valigie sono all’ingresso, i suoi souvenir sparsi per le sale, le sue spezie nel cibo che se da una parte è saldamente italiana (pizze a lunga lievitazione, fritti romani croccanti e asciutti) e soprattutto alla Puglia, almeno nella parte dei primi piatti, dall’altra si svincola e si esotizza non tanto nella forma quanto nel contenuto. Le orecchiette con stracotto cajun, mascarpone e fave di cacao sono un piatto squisito, equilibrato e ricco, mentre nei cavatelli in salsa di cime di rapa e vongole il sapore dell’aglio è fortemente ricercato, quasi fosse una marinatura indiana. Nel menù ci sono maionesi al chili, funghi shitake assieme alla faraona, daikon, chutney di arancia con le alici. Anche nei dessert, a fianco dei classici, ci sono accostamenti divertenti e riusciti, come nel mio semifreddo alle castagne con gel allo zenzero, chicchi di caffè e mirtilli rossi, una ponderata geometria di gusti contrastanti che mi è piaciuta moltissimo. Non sono certo 4 o 5 piatti a garantire la qualità complessiva del cibo, ma non esiterei a garantire che da Vittorio si mangia davvero benissimo.

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E da Vittorio si spende poco*. L’asterisco è d’obbligo perchè, ovvio, non si spende come dal kebabbaro. Però non è nemmeno nella categoria di ‘conto proporzionato alla qualità del cibo’, perché siamo decisamente sotto. La cacio e pepe costa come dall’oste della malora, il supplì come al chiosco da asporto, le pizze non superano i 12 euro (e partono da 7) mentre nessuno dei secondi supera la soglia psicologica dei 20 euro, e con i prezzi che girano oggi è un mezzo miracolo. In generale un ristorante bello così, e dove si mangia bene così. costa almeno tutto il 50% in più. E su quest’alchimia si basa la scommessa di Vittorio Spezie & Cucina, una vecchia ghiacciaia in un quartiere non facilissimo in cerca di rilancio. Dal momento che sono già al lavoro per aprire una sister location a fianco di quella principale, con colazioni e pranzi di lavoro (Vittorio è aperto solo la sera, dove può esprimere la sua anima complementare di cocktail bar, e la domenica a pranzo) si direbbe riuscita.

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